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26 gennaio 2016

Senza titolo (2015).

Se è vero che ogni vita ha un disegno, la mano che ha fatto il mio doveva essere certamente quella di un pazzo, o quantomeno ubriaco.

I miei primi quarant’anni li ho passati a rimbalzare da una città all’altra, inseguendo sempre il lavoro, o forse anche una certa idea che avevo di me stessa. Sette città, tredici case, otto posti di lavoro, quattro amori, decine di colleghi, centinaia di conoscenti, una dozzina di amici veri, almeno altrettante vite.

Poi, avevo deciso di fermarmi. Piantare radici. Non per lavoro, non per amore, ma per vedere che cosa succede quando si sceglie di restare. Ho scelto Bologna come base e mi sono messa a costruire l’ennesima vita. A inizio 2015 credevo di avere tutto: l’agenzia, il teatro, qualche buon amico, un amore grande e una casa nuova di pacca a due passi dal lavoro. Tutto perfetto, ci mancava solo un E vissero felici e contenti.

Ma la mia vita l’ha disegnata un ubriaco, che doveva avere pure un gran senso dell’ironia. Infatti è bastato un anno, e di tutto quel bendidio è rimasto ben poco: gli amici, ché quelli buoni non se ne vanno mai, e la famosa casa a due passi dal lavoro. Solo che il lavoro ha traslocato a Reggio Emilia – a due passi da Casa, quella vera.

E quindi che faccio, smonto tutto e me ne torno a Parma? Non ci penso neanche. Questa volta non cambio vita, questa volta cambio io. E si riparte.

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PS 1.
Il mio amico S, che di vero mestiere fa l’astrologo, sostiene che tutti i cambiamenti del 2015 sono dovuti al passaggio di Saturno nel mio cielo. Saturno il pianeta della costruzione faticosa e responsabile, Saturno il consolidatore, ma solo di ciò che merita di essere consolidato. Io non so bene se crederci o no, ma intanto mi accorgo che sto posando mattone su mattone, anche se non ho la minima idea di cosa ne verrà fuori. E il bello è che, per la prima volta, non mi interessa.

PS 2.
Che cosa ho imparato da questo 2015:
– che ho paura dell’acqua, specialmente su un Laser 2000 con 15 nodi di vento
– che l’amore non basta
– mai minacciare un falegname di non pagarlo quando ha un avvitatore in mano
– che ci vuole tempo
– fatti, non parole
– che bisogna fare pace con quello che non si può cambiare
– che quando tutto finisce, tutto ricomincia
Va da sé che qualsiasi riferimento a fatti o persone non è per niente casuale.

PS 3.
E devo ringraziare Bruce, ché senza l’energia delle sue canzoni io non lo so mica come ci arrivavo, alla fine del 2015. E invece eccomi qua, a fare i conti con Saturno, mentre guido cantando a squarciagola

No retreat baby, no surrender

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7 luglio 2014

Quello che segue è un’ode alla vita.

Sì, alla vita: il dono più bello che ci è stato dato. Spesso ne parliamo come se fosse un’entità estranea, che quando vuole ci tiene per mano, ma che alle volte ci si rivolta contro e ci bastona. Qualcosa che ha il potere di renderci immensamente felici, ma anche infinitamente tristi.
Ma la vita, ragazzi, la nostra vita, siamo noi.
Siamo noi che la costruiamo giorno per giorno, minuto dopo minuto, con ogni piccola scelta che facciamo. Siamo noi che decidiamo se lasciar perdere o sforzarci di capire, se chinare la testa o ribellarci, se tirare dritto per la nostra strada o fermarci a ricambiare uno sguardo. Siamo noi, tutte le volte, a scegliere.

Certo, poi succedono delle cose terribili che nessuno sceglierebbe mai, e che proprio non
hanno un perché. Ma nonostante questo, anzi esattamente per questo, dobbiamo cercare
di capire chi siamo, di sentire nel profondo quello che davvero vogliamo, e non tradirci mai. Ci vuole tempo, tanto tempo a diventare noi stessi, spesso non basta una vita intera: vediamo di non sprecare tempo vivendo quella di un altro.

Per quanto mi riguarda, le scelte più difficili, quelle che mi hanno davvero cambiato la vita, le ho fatte in mezzo secondo. E poi sono capace di passare un’ora davanti allo scaffale del supermercato solo per prendere uno shampoo. Non che io sappia già che cosa voglio dalla vita, che abbia già capito tutto eccetera eccetera. Figuriamoci, non so neanche scegliere uno shampoo! Però, ecco: quando passa il treno che voglio, lo riconosco subito. Intuito? Destino? Fortuna? Chi lo sa, tanto mica posso andare a vedere come sarebbe stato se non fossi salita: Sliding doorè soltanto un film.

Scelgo di credere nel presente, nel qui e nell’ora, in fondo l’unica cosa vera che ho in mano. E sono convinta che, pezzettino dopo pezzettino, questo eterno presente diventerà il mio futuro, e quando mi volterò indietro saprò leggere nel mio passato quel disegno che adesso non posso vedere. Perché tutto ha un senso, anche se quando ci sei dentro non riesci a capirlo. Non bisogna mai perdere la fiducia, perché oltre il buio c’è ancora la luce. Che arriva, arriva sempre, garantito: sulla mia pelle.

E poi, non bisogna mai smettere di desiderare.
In questi ultimi anni ho desiderato tanto. Cose che potevo avere, cose che non potevo avere. E più mi accanivo, meno ottenevo – perché la vita, si sa, è un po’ dispettosa. Ma l’incredibile è che quando ho smesso di impuntarmi perché le cose andassero a tutti i costi come volevo io, quello che desideravo è arrivato. Magari in altra forma, e quando meno me lo aspettavo. Ma ogni volta, giuro, ogni volta… è stato molto meglio di quanto avrei mai potuto immaginare.

La cosa più bella della vita, è che ti sorprende.

You can’t always get what you want
But if you try sometimes
Well, you might find
You find what you need

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15 febbraio 2014

Dove eravamo rimasti?

Latitante è dire poco. Sono stata proprio evanescente. Ma quando non si ha tempo per scrivere, dicono, è perché si è troppo occupati a vivere.

Pensatela come volete, io in questi mesi ho vissuto. Tanto.

Ho provato la barca a vela. Ho conosciuto quella sensazione incredibile che si prova quando vai di bolina, portato dal vento, e la barca si inclina, e sembra che prenda il volo. Ho sentito quanto è profondo il silenzio del mare di notte, quando il cielo sembra esplodere di stelle. Mi sono sentita soffocare da quell’immensità.

Sono andata in America. Avevo lasciato indietro un po’ di cose dall’ultima volta, era ora di tornare. Ho rivisto New York, quel riassunto del mondo che riesce sempre a incasinarmi, con la sua estraneità sempre così familiare. Ho attraversato il deserto, sono scesa nella gola di un canyon, ho camminato sul fondo della Death Valley, ho avuto di nuovo le vertigini al Mather Point del Grand Canyon, mi sono sentita piccola sotto le sequoie e mi sono fatta inghiottire dalla nebbia del Pacifico -ma quanto è immensa la natura laggiù?

Ho visto San Francisco, che mi ha tolto il fiato da tanto è bella. La baia da una parte, il Golden Gate dall’altra, le colline con le casette colorate, l’oceano furioso e tutte quelle nuvole che verso sera arrivavano galoppando e poi non vedevi più niente. Castro e la sua fauna multicolore, i barboni di Tenderloin e i ricchi borghesi di Pacific Heights. L’ho camminata tutta, dal Ferry Building fino a Land’s End, davvero la fine del mondo -in tutti i sensi. L’ho scelta per sperimentare la possibilità di un’altra vita, e ho concluso che mi va benissimo quella che ho. Nonostante tutto.

Ho affittato una macchina e ho passato una settimana in compagnia solo di me stessa, e posso dire? Non sono mica male, come compagnia. Ho galleggiato sul Gran Lago Salato e camminato tra i geyser, mi sono trovata a tu per tu con un grizzly e ho vagato naso all’aria nella città di Buffalo Bill. Ho guidato per duemilatrecento chilometri al ritmo delle Seeger Sessions di Bruce Springsteen e sono arrivata a pensare che, come altra vita possibile, avrei potuto fare la camionista americana. Poi vabbè, ho realizzato che stavo delirando e ho riportato la macchina alla Hertz. Ma una cosa è certa: per me la libertà è una strada tirata nel nulla, e tu che non vuoi smettere di guidare.

Ho capito che sentirsi soli è la molla più potente per accorgersi degli altri, e del mondo intorno.
Ho capito quanto può mancarmi il Mediterraneo, e che forse la vera lontananza sono nove ore di fuso orario, non dodici di volo.
Ho capito anche che io sono una che parte per tornare.

Ho concluso che l’Italia è il posto migliore dove si possa vivere, nonostante tutto.
E ho deciso che voglio stare qui, proprio per provare a togliere quel “nonostante tutto”.

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20 giugno 2013

Il grande salto.

Pensavo che non ne avrei mai avuto il coraggio. E invece, a volte le cose sono molto più facili di quello che si crede. Certo, la cosa si bilancia con il fatto che quelle che pensiamo facili spesso si rivelano difficili, ma tant’è: that’s life.

Da oggi sono freelance. Freelance che? direbbe mia madre, lei abituata a quando ancora si diceva “libero professionista”. Occhei, sono un libero professionista. Piuttosto, io mi chiedo: Freelance cosa?
Perché sono un copywriter, questo è indubbio. Ma adesso finalmente sono padrona del mio tempo – sono free, appunto – e voglio usarlo per uscire dalla gabbia che di solito l’etichetta di una professione ti costruisce intorno. Sono freelance, e certamente sono un copy freelance, ma voglio essere anche un writer freelance, e ho intenzione di scrivere, scrivere, scrivere. Possibilmente, di ciò che amo.

E sono anche una sceneggiatrice. Dopo un anno e mezzo di duro lavoro, di pensieri e di parole, di costruzione e distruzione e ricostruzione e rifinitura, di “togli i puntini lì, metti una virgola qui” e altre quisquilie varie, la creatura è pronta per affrontare il mondo.
Centoventuno pagine di parole scritte in Courier New 12 e partorite con fatica, passione, entusiasmo, rabbia, frustrazione, speranza e tanto, tanto amore da me e dal mio compagno d’avventura. Certo, vederle trasformarsi in centoventuno minuti di lungometraggio è un sogno. Ma di una cosa sono ancora più certa: lo resterà di sicuro, se non proveremo con tutte le nostre forze a farlo diventare realtà. E quindi lasciateci sognare, lasciateci provare.

Un’ultima cosa. Quelle centoventuno pagine mi hanno salvato, e questo conta più di tutto. Per questo il mio grazie va a Erminio Furlotti, ovvero mio padre, a cui sono ispirate, e a Giulio Costa, il mio regista preferito, che con me le ha scritte.

La vita è troppo corta per non. E allora via, verso nuove mirabolanti avventure.

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26 febbraio 2013

Rivoluzione.

No, non sto parlando di politica. Sto parlando di me.

Ci sono periodi della vita, a volte tanto lunghi da sembrare interminabili, in cui non succede niente, o quasi. Che noia. Tutte le cose piccole e grandi che compongono il mosaico della tua vita sono lì, e ti sembra un’impresa titanica spostare anche solo una tesserina. Anche se il lavoro non ti soddisfa, le tue relazioni sono sterili e la quotidianità ti soffoca. In una parola, anche se non sei contento. C’è chi passa tutta la vita ad aspettare che qualcuno sposti la tesserina per lui, e se questo non accade, pazienza -chi si accontenta gode, dicono.

Io no. Io non mi accontento mai. Per mia fortuna -e disgrazia- ogni tre o quattro anni il demone che è dentro di me si risveglia, e mi ribalta la vita. Quando sta per arrivare lo sento, e già so che non mi lascerà scampo. All’inizio è come un refolo di vento, che porta con sé una domandina incompiuta, apparentemente innocua: “E se…?”. Io ci provo a resistere, giuro. Subito lo ignoro, ma il venticello si fa ostinato, si infila nelle fessure, fa sbattere le porte. Poi comincio a raccontarmi storie sull’impegno, sulla maturità, sulla stabilità, ma non c’è niente da fare, alla fine a quella domanda devo rispondere. Allora il vento diventa un uragano, che a sua volta solleva uno tsunami che si abbatte sulla mia vita, mi travolge e mi trascina via. Poco dopo, mi ritrovo con cinquanta scatoloni in una casa vuota, in una città sconosciuta, con una vita nuova tutta da scrivere -e spesso non so nemmeno com’è successo. Vedete, il fatto è che, quando muovi una tesserina, molto spesso ti si scombina tutto il mosaico.

L’ultima volta è stato un mese fa. Mi sono trasferita a Bologna, ufficialmente per diventare direttore creativo – parolone! – di un’agenzia di comunicazione e organizzazione eventi. Ma anche per un altro milione di motivi, tra cui anche la voglia di tornare in Emilia – che è un po’ come dire: Casa. Fatto sta che, nell’arco di pochi mesi, ho lasciato Torino, la casa che avevo comprato, l’agenzia dove lavoravo da anni, molti cari amici e un po’ di vecchie abitudini -insomma, un bel pezzo di vita. Ho fatto bene? Non lo saprò mai, ma per ora… sono contenta.

Non si può mai sapere che cosa si deve volere, perché si vive una vita soltanto e non la si può né
confrontare con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future
: l’ha scritto Kundera, e mi trova assolutamente d’accordo. Abbiamo solo un giro a disposizione, su questa giostra. E quindi, per quanto mi riguarda, non intendo passare il tempo ad aspettare che qualcuno sposti la tesserina per me.

Go ahead, and never look back.

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10 dicembre 2012

As time goes by, things happen.

L’inverno si avvicina e il freddo dell’Islanda è arrivato fino qui. Forse ma forse, andrò a svernare in Uganda.

La campagna natalizia di mana*bee è iniziata e dà appuntamento a tutti il 16 dicembre a Milano, in contemporanea al Palaghiaccio con il Circo delle Pulci e al Teatro Franco Parenti con Elita.

Bill Right ha vinto un argento agli Epica Awards. Bravo Bill.
Dopo un anno di duro lavoro, la sceneggiatura è quasi conclusa. E bravi noi.

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31 agosto 2012

Quando torno alla quotidianità dopo la pausa d’agosto, la domanda è sempre quella:
Perché devo lavorare un anno per avere un mese di vacanza?
Che poi si traduce in:
Un’altra vita è possibile? Altri ritmi, altri modi, altre dinamiche, altri equilibri?

La risposta è sì.
Quindi ci sto pensando, ci sto lavorando.

Intanto, la sceneggiatura prende forma.
E finalmente ho visto l’Islanda:

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1 giugno 2012

Sono strani giorni.
Densi, dubbiosi, intrisi di nostalgia.
Giorni che mi hanno fatto scrivere questo:

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14 maggio 2012

Sono ancora qui.

Lo so, Architetto di parole non avanza, mancano ancora le stesse dannate pagine della volta scorsa, ma che ci volete fare. Prima ho confezionato la campagna Volkswagen up! in tempi da record. Poi – alleluia – sono andata in vacanza. Al ritorno, mi aspettavano le nuove borse della 2012 collection mana*bee, tutte da preparare, etichettare, catalogare. Anf anf. Effetti benefici della vacanza esauriti nell’arco di 48 ore. Ma tant’è.

Buona visione, buona lettura e, nel caso, anche buoni acquisti.

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23 aprile 2012

Benvenuti.

Siamo quasi alla fine, ormai restano poche caselle da riempire in questo sito. Sì, lo so, sono un po’ in ritardo sul ruolino di marcia, ma portate pazienza. In questo ultimo mese ho fatto l’equilibrista tra:
– la finalizzazione della nuova campagna per Vokswagen up!, che presto vedrete su queste pagine
– i lavori di giuria dei Giovani Leoni e degli ADCI Awards
– l’organizzazione dello stand mana*bee, il mio marchio di borse e accessori, all’ELITA Sunday Park
– un progetto top secret che sta lentamente prendendo forma – e a cui tengo tantissimo

Insomma, ho chiaramente bisogno di una vacanza, e presto ci andrò. Ma prima, sono lieta di annunciare che la campagna Bill Right per Volkswagen Polo ha vinto un bronzo agli ADCI Awards.

Buona visione, buona lettura.

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© beatrice furlotti, 2012-2016
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